Anthropic adotta watermark invisibili e standard C2PA per identificare i contenuti AI creati con Claude e aumentare la tracciabilità nell’era dell’IA.

L’incessante proliferazione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, che si tratti di testi, brani musicali, filmati o immagini, rende la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è sintetico una sfida sempre più ardua. In questo contesto, la verifica della fonte originale delle informazioni assume maggiore importanza. Apple ad esempio sta lavorando a una nuova funzione per certificare le immagini scattate da iPhone, Anthropic invece sta introducendo uno strumento per contrassegnare i contenuti AI.

L’azienda ha infatti stabilito di integrare filigrane digitali invisibili all’interno delle produzioni testuali di Claude e di applicare metadati alle immagini elaborate dalla piattaforma. La misura risponde agli obblighi di trasparenza introdotti dall’AI Act dell’Unione Europea, la cui entrata in vigore lo scorso 1 agosto concede comunque un margine temporale di qualche mese ai prodotti già attivi per conformarsi alla normativa. La tecnologia applicata ai testi scritti si ispira a logiche già in uso per la generazione di immagini: nel flusso delle parole viene inserita un’impronta invisibile per il lettore umano, capace di non alterare in alcun modo il senso, la scorrevolezza o il valore del testo. Anthropic sostiene che tale marcatura riesca a permanere anche a seguito delle operazioni di copia e incolla e che mantenga la propria tracciabilità persino dopo lievi modifiche editoriali. Per quanto concerne il comparto grafico, la società ha optato per l’adozione dello standard C2PA, sistema già condiviso da realtà come OpenAI, Google e Adobe, che certifica la provenienza dei file tramite metadati firmati con firma digitale.

L’efficacia di queste soluzioni presenta comunque delle vulnerabilità e la stessa Anthropic riconosce che i dati C2PA rischiano di andare persi o di essere azzerati nel momento in cui l’immagine viene caricata su determinate piattaforme o sottoposta a specifiche modifiche. Di conseguenza, il sistema non può ritenersi del tutto a prova di errore, e l’eventuale assenza di un watermark non costituisce una prova formale dell’origine umana di un lavoro. Si tratta comunque di un primo passo per avviare la costruzione di un ambiente digitale in cui la tracciabilità risulti più accessibile.

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Carolina Napolano
La tecnologia, roba da donne: ecco la blogger per promuovere il lato rosa della tecnologia.

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