Il colore viola dei link visitati in Google Chrome esponeva la tua cronologia. Big G risolve il problema privacy con il partizionamento a tre chiavi.

Il browser Google Chrome, strumento quotidiano per milioni di utenti, ha ricevuto attenzione per questioni legate alla sicurezza. Il gigante dei motiri di ricerca ha lavorato per risolvere criticitĂ  che potevano mettere a rischio dati sensibili, ma una particolare vulnerabilitĂ , legata a come il browser gestisce i link giĂ  visitati, meritava una soluzione specifica. Incredibilmente, quel problema di privacy accompagnava il browser sin dalla sua nascita e poteva offrire un modo per osservare l’attivitĂ  online delle persone. L’apparente banalitĂ  dei link che diventano viola una volta selezionati celava il fulcro stesso della criticitĂ  di sicurezza in questione. Quella che appare come una semplice funzione di comodo nascondeva in realtĂ  una falla nella privacy vecchia di due decenni, capace potenzialmente di esporre parti della cronologia web personale senza che l’utente se ne accorgesse. Il meccanismo si basava su una caratteristica standard del web, il selettore :visited usato nei fogli di stile CSS.

In pratica, come spiegato da Google stessa in un post, i siti web potevano sfruttare questo selettore per applicare stili differenti ai link, mostrando colori diversi a seconda che l’utente li avesse visitati o meno in precedenza, indipendentemente dal sito su cui era avvenuto il click originario. Altri siti web potevano quindi eseguire degli script specifici per verificare quali link nella loro pagina apparivano con il colore dei “visitati” (tipicamente viola) e quali no. Questo stratagemma consentiva loro di ricostruire le visite precedenti dell’utente ad altri siti e rappresentava un espediente indiretto, ma funzionale, per spiare la sua cronologia.

La questione andava oltre la semplice curiositĂ  indiscreta, toccando aspetti concreti di sicurezza informatica. Google ha definito il problema un difetto di progettazione fondamentale ereditato dalle tecnologie web sottostanti. Il difetto introduceva rischi reali per la sicurezza, come la possibilitĂ  per terzi di effettuare tracciamento delle attivitĂ  online, costruire profili utente dettagliati basati sugli interessi manifestati attraverso le pagine visitate e, in scenari piĂ¹ elaborati, persino facilitare attacchi di phishing mirati. La correzione ha richiesto tempo per essere implementata in modo sicuro ed efficace, ma finalmente è stata sviluppata.

Con il prossimo aggiornamento del browser, Google introduce una soluzione tecnica chiamata partizionamento a tre chiavi. La modifica cambia radicalmente il modo in cui Google Chrome determina se un link è stato visitato. Il browser non terrĂ  piĂ¹ una traccia globale e unica dei link visitati, accessibile implicitamente da qualsiasi sito. Invece, prima di colorare un link come “visitato”, Chrome valuterĂ  una combinazione di tre elementi specifici: l’URL effettivo del link stesso, il sito di primo livello in cui l’utente si trova attualmente (l’indirizzo visibile nella barra degli indirizzi) e l’origine del frame specifico all’interno della pagina in cui il link appare.

D’ora in avanti, la marcatura “visitato” di un link necessita di un click pregresso effettuato dall’utente proprio in quel sito e in quella cornice (frame). Di conseguenza, diventa impossibile per un sito A determinare se un utente ha visitato un link su un sito B semplicemente controllando il colore del link. Si impedisce così il tracciamento incrociato tra siti basato sulla cronologia dei link visitati, chiudendo la falla. L’aggiornamento Chrome che introdurrĂ  questa importante modifica è previsto con la versione Chrome 136, il cui rilascio è programmato verso la fine di aprile, ponendo fine a un problema di privacy che ha accompagnato il web per circa vent’anni.

Articolo precedenteHonor Power: video teaser mostra il design
Articolo successivoGalaxy XCover 7 Pro e Tab Active 5 Pro: ufficiali i nuovi rugged
Team CEOTECH
La tecnologia dovrebbe arricchire la vita delle persone oltre a tutelare il pianeta.